martedì 24 marzo 2009

Bhagavad Gita, Canto XII: "Bhakti Yoga" - lo Yoga della Devozione


(riflessioni di Maurizio in poesia)





Fede in che,
a chi, a che cosa devozione e culto?
E’ la domanda mia, non d’altri,
è per il mio cuore,
che da essa non può deviare,
ed è sicura bussola per me,
guida preziosa.

Si prova fedeltà a un’idea,
per un campo d’azione l’affezione
e per la conoscenza ossequio,
per un’autorità venerazione,
dedizione alla concretezza o all’evanescenza,
verso un fine nobile oppure uno sviluppo,
dedicando la vita a questo e quello,
perché il meglio perseguiamo
e ci crediamo.

Ma fede in che,
a chi, a che cosa devozione e culto?
Nella risposta la mia intima certezza
di una flessibile unità,
di una saggia finalità
e di vitale interezza.
Una segreta legge di gioia colma
a cui offro fede e devozione:
è la risposta mia, non d’altri,
è per il mio cuore,
che in essa trova ristoro,
fonte preziosa.

Bhagavad Gita, Canto XI: "Vishvarupa Darshana Yoga" - Lo Yoga del Vedere la Forma Universale


(riflessioni di Maurizio in poesia)




Facile da credere,
facile da comprendere:
fra i monti solenni,
i fiumi e la luce,
nel fuoco e nell’acqua,
fra nuvole e nebbie,
osservando le stelle,
la vita e la morte,
traspare l’Assoluto, Uno, l’Imperituro.

Difficile da credere,
difficile da comprendere:
nelle città dell’uomo,
fra macchine fredde, venefici gas,
la pubblicità ridondante dei potenti,
pur nell’arte e nel pensiero,
con opere maestose e belle,
nei frutti della mano e dell’ingegno,
trapela l’Assoluto, Uno, l’Imperituro.

Impossibile da credere,
impossibile da comprendere:
in me, in te, nell’altro,
nella folla, nel vicino, in tutti noi,
fra degrado e difficoltà,
per quotidiane dure realtà,
fra ciò che rifiutiamo e dov’è impensabile che sia,
nei fatti piccoli e concreti,
dove non è esaltante
e prevale la noia o lo spavento,
è proprio là che si mostra chiaramente
l’Assoluto, Uno, l’Imperituro.

Bhagavad Gita, Canto X: "Vibhuti Yoga" - lo Yoga della Manifestazione Divina



(riflessioni di Maurizio in poesia)





Numerosi pensieri affollati e complessi
impregnati di gioia e tristezza alternate,
anelando una vita verso il meglio orientata
per motivi profondi nel profondo di me.

Poi persone e contatti
fra gli scambi e i contrasti,
con confronti e raffronti dolorosi e intricati
ricercando rapporti da equilibrio ispirati.

Finalmente realizzo ch’è senz’altro evidente:
in un gioco nascosto che si muove a spirale
la mia storia sviluppo sopra un asse centrale,
ma quest’asse, mi chiedo, in sostanza cos’è:

sarà un centro, una legge,
o persona ulteriore
che trascende suprema
la mia vile persona?

“Esso è un nucleo, una cosa
che afferrare non puoi,
che ti sfugge sovente e si mostra più in là,
perché vuole spronarti a esser desto e vivace,
ad accogliere sempre tutto quello che c’è.

Non bloccarti, non stare,
non cercar di fermare
uno slancio che è avanti ogni specie che sai:
tu pulisci lo specchio e continua a invocare
la coscienza vitale che sta dentro di te.”

Bhagavad Gita, Canto IX: "Rajavidya-Rajaguhya Yoga" - lo Yoga della Scienza e del Segreto Regali




(riflessione di Maurizio in poesia)


Mistero nel respiro,
mistero nel battito nel cuore,
nella vita mistero.

Dolce della primavera lo sciogliersi,
esaltante la forza dell'estate,
mesto il riflesso d'autunno,
duro l' inverno scuro,
ma al centro d'ogni istante e ciclo
immutabile il segreto sta.

Né, di fatto, più che il nulla conosciamo:
per paura e per sconcerto,
quando il tutto sembra incerto,
e la vita sfugge ampia fra le maglie del pensiero,
in visioni congelate noi serriamo quel mistero.

Mistero nel respiro,
mistero nel battito del cuore,
ovunque il mistero.

Non è stupore se il segreto ammetto,
e neppure smarrimento:
quell'arcano solamente è la certezza
che pervade la mia vita e le dà forza:
è a quel pozzo sì profondo
che io attingo nuova luce,
la saggezza del confronto
che nel mondo mi conduce,
l'accortezza per un'etica più salda,
una scienza più sensibile ad ognuno,
l'apertura verso gli altri
e verso l'Uno.

Bhagavad Gita, Canto VIII: "Akshara-Parabrahman Yoga" - lo Yoga dell'Assoluto Imperituro


(riflessione di Maurizio in poesia)

La teoria degli eventi scorre lenta
estenuante per gl'innumeri conflitti
scivolando in quotidiana assenza.

E la morte pare vera,
come tutto ciò che sfugge
e la dolorosa crisi dell'essere.

Dov'è la felicità, quale?
Il sentire si scioglie e svanisce
sotto il peso duro della fine
sgretolato dal limite imperante.

Ma di nuovo e già da sempre
impensata soluzione appare:
fra le mani stringo forte
ogni grano del presente,
e riscopro l'Assoluto
reimmergendomi nel flusso
che la vita mi propone;
rifulgente come il sole,
come luna riposante,
che dà il senso ad ogni istante.

La teoria degli eventi scorre viva
vibrante per gl'infiniti significati
ritrovata la quotidiana pienezza.

Bhagavad Gita, Canto VII: "Jñana-Vijñana Yoga" - Lo Yoga della Conoscenza-Coscienza


"bhumir apo 'nalo vayuh/ kham mano buddhir eva ca/
ahankara itiyam me/ bhinna prakritir ashtadha/
apareyam itas tv anyam/ prakritim viddhi me param/
jiva-bhutam maha-baho/ yayedam dharyate jagat" (VII - 4,5)
"Terra, acqua, fuoco, aria, etere, intelligenza, ragione, coscienza - così è la Mia natura ottuplicemente divisa.
Questa è la [Mia natura] inferiore; sappi che havvi in Me un'altra natura più alta che è il principio di vita dal quale, o Mâhabâhu, questo universo è mantenuto."


(i versi sono tratta dalla B.G. a cura della Società Teosofica Italiana)

Poiché il titolo di questo Canto indica la conoscenza realizzatrice delle cose, mi sembra opportuno indagare su alcuni termini utilizzati da Krishna e sui concetti esplicitamente ed implicitamente correlati, almeno per quello che io ne capisco. I cinque elementi (in sanscr.: pancabhuta) sono i costituenti basilari del mondo manifesto, non solo di quello fisico - come si potrebbe pensare - ma anche dei mondi sottili, essendo archetipi primordiali che sottostanno ad ogni aspetto fenomenico. Ad essi sono connessi i sensi (indryas): l'odorato alla terra, il gusto all'acqua, la vista al fuoco, il tatto all'aria e l'udito all'etere. Oltre ai pancabhuta vi sono tre componenti della coscienza (citta) che formano il cosiddetto antahkarana (organo di percezione interno): essi sono manas, buddhi e ahamkâra. "Manas" è la mente come coordinatrice della percezione sensoriale e della conseguente elaborazione in sentimenti, pensieri, immagini, eccetera. "Buddhi" è l'intelligenza superiore, discriminante e intuitiva, attraverso la quale si esprime l'individualità - intesa come nucleo di consapevolezza spirituale. In una famosa similitudine presente nella Katha Upanishad, la buddhi è rappresentata come il guidatore del carro, il manas come le redini che collegano questi agli elementi sensoriali-cavalli, mentre il veicolo è il corpo. L'"Ahamkâra", infine, è il senso dell'io che si autopercepisce come soggetto dell'esperienza separato da tutto ciò che è non-io.
Tuttavia questo Canto VII, come pure molte altre parti della Gita, segnala ripetutamente l'esistenza di un livello più profondo della consapevolezza, solitamente indicato nella terminologia indiana come l'Atma, che può essere assimilato al Sé - l'Io divino e universale e, in definitiva, allo stesso Krishna. Mentre nell'uomo l'io personalistico è contraddistinto da sentimenti, pensieri e desideri egoistici, il Sé potrebbe definirsi come uno stato di consapevolezza che partecipa all'interezza della vita ed è identificabile con la sua totalità, universalità e trascendenza. Si potrebbe anche dire che lo sforzo di chi è impegnato nella ricerca interiore sia quello di aprire, espandere o dissolvere i limiti del suo piccolo io - riconoscendone l'illusorietà sul piano ontologico - per riuscire a manifestare il Grande Io, il Sé. La difficoltà nel trascendere le istanze dell'io è ben riconoscibile nella società contemporanea, dove la spinta consumistica - anche indotta artificialmente da coloro cui conviene - alimenta costantemente i desideri istintivi, l'avidità e la dipendenza; dove la discriminazione contrappone in maniera esasperata le differenze fra le persone fino a giustificare odio e violenza; dove c'è una devastante mancanza di sensibilità e di rispetto verso le altre forme di vita o la vita naturale del pianeta in genere. Credo che la ricerca del Sé - oltre alle esperienze mistiche che certamente può offrire - debba potersi manifestare concretamente in scelte e azioni quotidiane sempre più incentrate sui valori ideali e umani, come anche sul senso di responsabilità e sul desiderio di contribuire al benessere altrui e all'armonia dell'ambiente nel quale tutti viviamo. Non si tratta tanto di reprimere coercitivamente l'io egoistico e le sue istanze, quanto di indirizzarle trasformando gradualmente il proprio modo di vivere e di pensare nella direzione di un sentire più ampio e altruistico, più incentrato sull'essere che sull'avere, più basato su valori universali che sulla soddisfazione degli istinti immediati; tutto ciò sostenuto e alimentato - naturalmente - dalla costante introspezione e dall'instancabile dedizione della propria vita al Sé.

"yesham tv anta-gatam papam/ jananam punya-karmanam/
te dvandva-moha-nirmukta/ bhajante mam dridha-vratah" (VII, 28)
"Ma gli uomini che agiscono meritoriamente e il cui peccato è giunto a termine, liberi dall'illusione dei contrari, costanti nei voti loro, Mi adorano."

Bhagavad Gita, Canto VI: "Dhyana Yoga" - lo Yoga della Meditazione


"yogi yunjita satatam/ atmanam rahasi sthitah
ekaki yata-cittatma/ nirashir aparigrahah" (VI, 10)
"L' Yogi ritirandosi solo in luogo appartato, dominando la mente ed il cuore, libero dalla speranza e dall'idea di possessione, si dedichi incessantemente alla meditazione."

"sarva-bhuta-sthitam yo mam/ bhajaty ekatvam astitah
sarvatha vartamano 'pi/ sa yogi mayi vartate" (VI, 31)
"Quell'Yogi che mi adora (scorgendo la Mia presenza) in ogni creatura e riconoscendo l'unità di tutte le cose, vive in Me, qualunque sia la maniera del viver suo."



(la traduzione dei versetti è tratta dall'edizione della B.G. a cura della Società Teosofica Italiana.)

Questo canto, come si può riscontrare nel titolo, è incentrato sulla meditazione, di cui viene fornita una esposizione sostanziale e tecnica in linea con i tradizionali insegnamenti dello Ashtanga Yoga. Per intenderci parliamo dello Yoga classico codificato da Patanjali, nel quale possono ben rientrare le indicazioni del luogo pulito e appartato, dell'isolamento, la spina dorsale diritta, lo sguardo fisso in Nasagrai Drishti (sulla punta del naso), la mente concentrata sul Sé. Esistono in questa disciplina nove punti principali verso i quali focalizzare lo sguardo, e ognuno di questi ha un significato profondo, che potrebbe essere brevemente schematizzato come segue:

Urdhva Drishti - verso l'alto, visione ulteriore
Broomadhya Drishti - fra le sopracciglia, visione unificante
Nasagrai Drishti - punta del naso, visione del ciclo vitale
Nabhi Drishti - ombelico, visione stabilizzante
Hastagrai Drishti - mano, visione compassionevole
Angusta Ma Dyai Drishti - pollice, visione nobilitante
Parsva Drishti - orizzonte destro, e
Parsva Drishti - orizzonte sinistro, visione polarizzata
Padayoragrai Drishti - alluce, visione della duttilità

In particolare Nasagrai è in relazione con l'organo della respirazione dove si incontrano Ida e Pingala, le correnti energetiche lunari e solari che trasportano Prana e Apana, che fondono inspirazione ed espirazione e controllano perciò anabolismo e catabolismo. Naturalmente, oltre al significato fisiologico, possiamo intravedere quello dell'equilibrio fra creazione e distruzione all'interno della consapevolezza, per così dire fra Brahma e Shiva, incentrando l'attenzione su Vishnu - lo stabilizzatore, di cui Krishna stesso è un Avatara; o viceversa, secondo le correnti religiose krishnaite, su Vishnu come manifestazione di Krishna - l'Assoluto. C'è, comunque, un altro aspetto divino che è particolarmente importante e a cui questo canto fa un esplicito riferimento, quello Paramatma: si tratta della scintilla divina presente in ogni creatura vivente e dovunque. Per chi percorre un cammino introspettivo è estremamente necessaria la percezione non teorica ma reale del Paramatma, anche allo scopo di temperare lo slancio "verticale" ed evitare, secondo quanto ho argomentato nel commento al precedente canto, la possibile "inflazione dell'io". In altre parole, sentire la divinità in ogni cosa, in ogni situazione, in ogni essere vivente, in ogni persona, fa che non si fondi il proprio percorso spirituale sulla divisione e sul senso di separatività, che invece sono elementi caratteristici del piccolo io individualista. Yogi Bhajan, il Maestro di Yoga con il quale ho fatto esperienza di questa disciplina, diceva con un simpatico gioco di parole in inglese "If you don't see God in all, you don't see God at all", ben traducibile in italiano con: "Se non vedi Dio in tutto, non vedi Dio del tutto".